IL NESSO TRA SCUOLA E TAV

Posted: 15 dicembre 2011 in Attualità

Non c’è la protesta alla tav nei punti del volantino. Logico, la tav con la scuola non c’entra nulla. “non c’è la protesta alla tav” sembra quasi un’osservazione impropria;

ovvio che non c’è.

È come dire che non c’è la protesta agli OGM o degli ambientalisti. Non ci sono perché con i tagli alla scuola non c’entrano nulla.

E invece il corteo è pieno di bandiere e striscioni del no tav. Ma perché? Perché davanti a tutti, davanti allo striscione guida del corteo “ora i conti li fate con noi”, c’è un ragazzo con la bandiera del no tav? Perché sulla bandiera più alta di tutte c’è scritto “no tav”? Perché a un certo punto il coro proposto è “giù le mani dalla Val Susa”?

Io il nesso tra scuola e tav non lo capisco.

Si dice “Beh, dai, tutto fa”, “È sempre una protesta”, “Dai è giusto che protestino anche loro”, “Ma scusa, a te che importa se si protesta anche per altro?”

Cosa mi importa?? Io non voglio sfilare per il no tav, non in una manifestazione che riguarda la scuola. Si può essere d’accordo o no con la tav, ci si può anche ritenere non abbastanza informati per prendere posizione, si può essere contro la tav, ma non apprezzare la protesta.

A manifestare insieme per tutto, però, si perde di credibilità. Sembra che non abbiamo

ideali, che ci importa solo radunare più gente possibile. L’unione fa la forza, vero,

ma essere tanti è importante quando se si

è tanti si può ottenere qualcosa.

Ma chi crede ancora di riuscire a cambiare la situazione manifestando? A chi governa delle manifestazioni non importa nulla.

Manifestare però resta importante comunque per dire la propria opinione, per schierarsi, per dire che non si è d’accordo, che così non va bene, e ce ne siamo accorti. Perché, se la situazione non si può cambiare, almeno che non sembri che a noi piaccia.

È una strumentalizzazione della protesta studentesca la forte partecipazione del no tav al corteo.

Ora i conti li fate con noi” non assume un significato diverso se davanti c’è una bandiera del no tav? Noi chi?Non si corre il rischio che gente poco informata scambi un corteo studentesco per uno no tav?

E allora, io se a una manifestazione per la scuola vedo ancora no tav, o altro che non c’entra niente, inserito nel corteo in modo così visibile, me ne vado.

Luisa Di Monaco

14/11/2011

Posted: 15 dicembre 2011 in Attualità
Etichette:

Oggi è stata una grande giornata per il liceo A. Einstein.

Dalle 8:00 alle 14:00 si è tenuta un’assemblea degli studenti, non autorizzata, nell’auditorium della scuola. Si è parlato di molte cose e cercherò di riassumerle al meglio, ma la cosa che più mi è parsa significativa è stata lo spirito che ha legato noi studenti: ragazzi dello scientifico, del socio e del linguistico hanno collaborato, partecipato al dibattito, espresso idee e opinioni con sincerità, entusiasmo e rispetto.

Siamo stati una scuola unita. E possiamo già vedere i risultati.

Questa mattina eravamo in circa 300 davanti alla scuola, al freddo, riuniti ad ascoltare un gruppo di nostri compagni col megafono. Alcuni perplessi, altri già sicuri di cosa volevano. Altri ancora intenzionati a non dare fiducia alla volontà di dare una voce alla protesta dell’Einstein. Ognuno ha potuto agire secondo coscienza, scegliere liberamente se entrare, partecipare all’assemblea o tornare a casa.

Dopo molto parlare sotto la finestra dell’aula insegnanti siamo entrati a scuola. La preside ci ha tollerati all’interno del suo edificio – della nostra scuola! – e ci siamo trasferiti nell’Auditorium. Alcuni se ne sono andati. Ma chi è rimasto, chi ha seguito cuore, ideali o una semplice curiosità, ha capito che questa volta l’intenzione è stata quella di fare sul serio.

Quindi l’Assemblea è iniziata.

È stato domandato il perché di questa protesta. Molte sono state le risposte.

Il governo Berlusconi è caduto, ma ciò non significa che non siano più in vigore i suoi provvedimenti.

Monti e il suo governo hanno come principale scopo quello di risollevare l’economia italiana. Ma di tutto il resto chi se ne occuperà?

Quali saranno i mezzi impegnati per fare ciò? Sarà sempre la classe dei lavoratori a rimetterci?

È a queste domande che cerchiamo risposta.

Ebbene, la troveremo domani. La proposta di invitare un esperto affinché ci informi è divenuta fatto e realtà. Domani, in assemblea autorizzata, ci parlerà dell’economia italiana e mondiale, delle relazioni che le legano e di ciò che potrebbe accadere.

Ma non è tutto: ciò che apprenderemo nelle assemblee e ciò che faremo nei prossimi giorni deve raggiungere tutta la cittadinanza torinese. Per farlo è stato proposto di informare donne, anziani, lavoratori, ragazzi. Chiunque si trovi per le strade e nei bar e nei negozi della città.

Usciremo dall’Einstein per parlare con loro!

Tornando ai fatti dell’assemblea: molto altro è venuto fuori in queste sei ore di dibattito.

È stato posto nuovamente accento sui problemi degli edifici che ci ospitano: segnalazioni di classi in cui piove dentro, ante delle finestre cadute, porte non a norma

Abbiamo discusso a lungo su quale fosse la via migliore per protestare e per farci sentire. Chi a favore dell’autogestione, chi a favore di una più drastica occupazione, in molti hanno espresso con correttezza e educazione le loro opinioni.

Si è alzata la voce, a volte, spesso.

Ma nessuno ha dimenticato che gli obiettivi da raggiungere sono gli stessi per tutti e la scelta del mezzo per ottenerli è stata fatta in modo democratico.

Mentre l’Assemblea discuteva di tutto ciò, i nostri rappresentanti di istituto hanno sostenuto un lungo colloquio con la preside, nel quale sono state esposte le richieste dell’Assemblea.

Sono tornati dopo 3 ore e solo dopo aver raggiunto un accordo.

Stasera si potrà dormire a scuola: 10 ragazzi hanno dato il loro nome e porteranno avanti la protesta simbolicamente, per tutti noi.

Domani è stata autorizzata un’assemblea di cinque ore, nelle quali si discuteranno i punti già detti.

Un altro fatto mi riempie di orgoglio: La Stampa è stata chiamata ed è venuta. Questo vuol dire che ci sarà un articolo che parlerà della nostra protesta.

Alcune riprese dell’assemblea sono anche state allegate a una mail inviata ai principali giornali e a Striscia.

Ci siamo mossi sulle orme degli avvenimenti di Trieste e da qui al 17 il nostro liceo sarà un laboratorio di democrazia.

Ci stiamo riappropriando della nostra scuola per renderla il luogo di crescita, dibattito, confronto e informazione che dovrebbe essere.

Questo è quanto è avvenuto oggi 14 novembre 2011 nella nostra scuola e, qualsiasi sia stato il ruolo che abbiamo avuto all’interno di ciò, dobbiamo esserne fieri.

Ma ricordate: il fine ultimo, reale e innegabile di ciò che abbiamo fatto e faremo è ottenere la partecipazione massima alla manifestazione del 17.

Concludo con una semplice considerazione: quello che abbiamo fatto è stato possibile perché la maggioranza degli studenti ha finalmente agito secondo i dettami del proprio cervello. 

Chi è rimasto in classe è da rispettare come chi ha partecipato o come chi è andato a casa.

Questo ha permesso di fare stime reali della situazione.

Grazie a tutti.

Laura Mongi classe IV BS

Circola fra la gente un luogo comune assai insidioso, soprattutto per la presa che ha sulle persone disinformate:<<Tanto le centrali nucleari ce le abbiamo sul confine, se succede un incidente ne subiamo anche noi le conseguenze quindi tanto vale che le facciamo anche noi.>> Non ci vuole un genio per capire che in una simile frase non c’è la minima traccia di argomentazione. È come se tre persone vicino a me avessero una bomba in mano e io per sentirmi più sicuro mi procurassi anch’io una bomba. Consideriamo ad esempio la centrale francese più vicina al confine, Creys-Malville: Torino dista in linea d’aria 250 km mentre Trino, dove c’è la nota centrale dismessa dopo l’87, ne dista solo 48. Ora negli incidenti nucleari più gravi mai accaduti, Cernobyl e Fukushima, la popolazione è stata evacuata nel raggio di 30 km. Pertanto possiamo dire che i danni più elevati si avrebbero in caso di incidente all’interno dei confini nazionali. Tuttavia le persone, sia per mancanza di informazione, sia scarsa attitudine ad usare la logica si ostinano a pensare che una centrale più, una di meno non fa differenza. Invece fa differenza eccome. Uno dei più gravi errori, fatto questo anche da persone informate, è di considerare relativamente poco gli incidenti minori, ovvero quelli in cui si ha la perdita di materiale radioattivo. Dicevo già che in Francia in media ogni anno avvengono circa 100 incidenti di questo tipo. Ma anche nel nostro paese si possono avere decine di esempi, anche senza avere centrali in funzione: nel 2000 una piena della Dora Baltea a Sallugia, dove sono stoccate tonnellate di scorie, ha sfiorato, come il premio nobel Carlo Rubbia ha detto, la catastrofe globale. Ma ci sono moltissimi altri esempi di incidenti con materiale radioattivo anche in acciaierie o laboratori. Ad esempio fra il 2006 e il 2007 sono avvenuti ben due incidenti nel laboratorio di ricerca nucleare della Casaccia a Roma. Queste esperienze dimostrano che in generale avere esperienze con qualsiasi cosa che centri col nucleare sia pericoloso. C’è un’altra cosa che la gente non sembra sapere: quando nell’87 si fece il referendum i quesiti non imponevano la chiusura delle centrali preesistenti, ma solo di non costruirne più altre. Inoltre imponeva all’ENEL di non investire nell’energia nucleare in altri paesi. Purtroppo quella decisione popolare sta venendo disattesa da chi sta al potere poiché è una decisione che guarda al bene comune: quando infatti la Francia sarà costretta a smantellare le numerose centrali sparse sul suo territorio andrà incontro a gravissime difficoltà economiche perché lo smantellamento di una centrale richiede decine e decine di anni e milioni di euro. Lo smantellamento della centrale nucleare di Brennilis in Bretagna dura da 20 anni e sta costando 480 milioni di euro, 20 volte il previsto. Da questo punto di vista l’Italia è avvantaggiata rispetto alla Francia perché dovrà smantellare quattro centrali. D’altra parte già per queste sono stati spesi svariati miliardi e ancora la demolizione potrebbe richiedere decine di anni. Non è comune sentire che l’energia nucleare è economica mentre le energie rinnovabili sono costose; purtroppo queste considerazioni trascurano sia, del nucleare, gli altissimi costi di costruzione, di smaltimento delle scorie e smantellamento degli impianti, sia non considerano, dell’energia rinnovabile, la possibilità del cittadino di poter investire propri soldi avendone così un proprio guadagno. Il settore dell’energia infatti non è necessariamente qualcosa da delegare a qualcun altro: è qualcosa a cui noi tutti cittadini possiamo partecipare. Questa dovrebbe essere la parola d’ordine che dovrà accompagnare il cittadino quando andrà a votare.

 

Gerardo Garruto

 

Non capita spesso di assistere a un dibattito così vivace in una scuola come quello che si è svolto durante la giornata dello studente del 19 aprile sul tema del referendum sull’energia nucleare. Durante quell’evento ho potuto appurare l’estrema disinformazione e l’abbondanza di luoghi comuni, nonché una, direi, patologica tendenza a credere ai numerosi dati falsi che vengono troppo spesso diffusi. Per analizzare un tema così importante bisogna partire dai fatti e siccome questo tema concerne una forma di energia i primi fatti da analizzare sarebbero quelli riguardanti la materia prima, in questo caso l’uranio. Ebbene sappiamo per certo che il suo prezzo si è decuplicato in meno di un decennio: da 7 a 70 dollari a oncia. Considerato che l’Italia l’uranio non ce l’ha non si vede come possa essere indipendente energeticamente se per prima cosa è costretta ad importare la materia prima. Considerando poi che le uniche strutture di arricchimento dell’uranio d’Europa sono presenti in Francia, Gran Bretagna e Russia proprio non si capisce dove starebbe l’indipendenza energetica, (indipendenza energetica che potremmo benissimo avere se non fosse il fatto che pur avendo una potenza installata che eccede del 41% la nostra domanda di energia riteniamo più conveniente tenere alcune centrali spente, giacché, da quando è stato privatizzato il settore, i costi sono i più alti d’Europa). Se si guarda la questione dal lato ambientale si scopre il paradosso dei paradossi: per arricchire l’uranio infatti è richiesta un’altissima quantità di energia che viene prodotta solitamente da centrali a carbone. Un esempio è dato dagli impianti di Paducah e Portsmouth negli Stati Unti che contribuiscono al 93% dell’emissione di clorofluorocarburi del paese. Infine bisognerà notare che l’uranio sta finendo. Nel vero senso della parola. A fronte della domanda di 67mila tonnellate se ne estraggono sole 40mila. Di fatto esiste la concreta possibilità che entro qualche anno ci si trovi in difficoltà a rifornire le centrali. Come si può notare ho solo parlato dei dati concernenti la materia prima e la sua lavorazione. Non ho ancora parlato della sicurezza delle centrali né del problema delle scorie (eppure ciò che è scritto sopra dovrebbe bastare a convincere che l’energia nucleare non è una soluzione che guarda al futuro). Prima di tutto si usa dire che gli incidenti più gravi finora accaduti sono stati tragici errori (o nel caso di Fukushima capricci della natura) tutti causati dalla negligenza. Nella maggior parte dei casi si dice che le centrali nucleari sono sicure; ma lo sapevate che ogni anno in Francia accadono in media cento incidenti di piccola e media entità? L’esperienza nucleare francese è infatti l’esempio più eclatante di catene di incidenti in più centrali a distanza di pochi giorni. Riguardo alle scorie non esistono al giorno d’oggi depositi che si possano considerare definitivi. Solo in Italia di questi depositi ce ne sono 140. Questa è l’eredità che la pur breve esperienza nucleare italiana ha lasciato a noi e alle generazioni future. Sarebbe saggio non appesantirlo.

Gerardo Garruto

NOTIZIE DAL BEL PAESE

Posted: 27 maggio 2011 in Ambiente, Legalità

Ipotizziamo, per assurdo ovviamente!, che in Italia esista un traffico illegale di rifiuti tossici il cui asse principale vada dal nord al sud dove i rifiuti tossici finiscono un po’ nei fiumi, un po’ in mare o a “concimare” i campi di fragole. Immaginiamo poi che questo traffico piaccia molto agli imprenditori disonesti, che così risparmiano sul trattamento specifico per i rifiuti tossici, ed arricchisca le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico. E ora mettiamo caso che a rovinare la festa arrivi un legislatore troppo zelante che crea una norma che disciplina severamente la tracciabilità dei rifiuti pericolosi attraverso un sistema ipertecnologico in grado di controllare con un satellite tutto il loro percorso. Inoltre la nuova norrma prevede pene durissime per chi cerca di sfuggire ai controlli. A questo punto, direte, i disonesti sono all’angolo e le eco-mafie sconfitte perchè non si può sfuggire ad un satellite?!? Si può, si può!! basta cambiare la legge o almeno ritardarne l’applicazione per qualche mese così da smaltire i carichi più grossi e pericolosi senza controlli tra i piedi. Beh, direte meno male che erano solo un ipotesi! E invece no, è l’ennesima brutta e verissima storia italiana. Il SI.S.T.RI. , ovvero Sistema Satellitare di Tracciabilità dei Rifiuti, esiste e avrebbe dovuto entrare in funzione il 31/12/2010. Dandone per scontato l’avvio, il 22/12/2010 il Ministro all’Ambiente, Onorevole Prestigiacomo, cancella per decreto le vecchie norme sul trasporto dei rifiuti pericolosi. Subito dopo, però, l’ala più oltranzista di confindustria critica duramente SI.S.T.RI. considerandolo attentato alla libertà impresa. Il governo, sempre sensibile ai diritti d’impresa, proroga la partenza di SI.S.T.RI al 31/05/2011. E ovviamente a nessuno viene in mente di riattivare la vecchia normativa. Risultato: nel limbo giuridico che si è così venuto a creare per cinque mesi il trasporto di rifiuti industriali, inclusi quelli pericolosi, sta avvenendo senza nessun controllo e senza che si corra il rischio di incorrere in sanzioni. I trafficanti non hanno più bisogno dei soliti documenti falsi per certificare che i fusti di scorie nucleari che trasportano sono pieni solo di lische di aringhe. Anzi, possono tranquillamente passeggiare fischiettando col fusto sotto braccio davanti ai carabinieri che non possono fermarli nè dirgli nulla. Un far west che favorisce le eco-mafie e i “liberi” imprenditori disonesti. E pazienza se l’articolo 41 della Costituzione Italiana recita: “L’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli più opportuni a che l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Ma mica è un prolema : una costituzione si può sempre cambiare!

La giornata dello studente che si è svolta il 22 febbraio al Liceo Scientifico ha suscitato sia apprezzamenti che critiche. Prima iniziativa organizzata dopo l’autogestione pomeridiana di novembre, ha visto una partecipazione più consistente, anche se in molti, anche questa volta, non si sono sentiti coinvolti dall’iniziativa.

I corsi in cui era articolata la giornata erano principalmente di due tipi: proiezione e discussione di un film, e disbattiti su argomenti di attualità.

Le pellicole scelte erano “El Alamein” , sulla guerra italiana in Africa durante il II conflitto mondiale, e “La stella che non c’è” sullo sfruttamento dei lavoratori in Cina.

I dibattiti sono stati quattro, su mafia, intifada, L’Aquila e il terremoto in Abruzzo ed Auschwitz.

“La gente non segue, quindi la situazione diventa caotica”, dice Paolo, studente di IV riferendosi alle proiezioni. In effetti c’è sempre il rischio che questo tipo di iniziativa diventi per molti solo un pretesto per “imbucarsi” e saltare le lezioni. Più d’uno ha poi lamentato che i film proposti fossero troppo “impegnativi” per una giornata dello studente (sic!!! o meglio Sigh!).

Chi ha partecipato alle discussioni ha sostenuto invece, come Eleonora, altra studentessa di IV, che “gli organizzatori se la sono cavata bene”. Tutti comunque sono stati concordi nel contestare agli organizzatori di aver coinvolto poco gli altri studenti nella scelta dei corsi e di aver organizzato la giornata con troppo poco preavviso.

Tra i suggerimento per migliorare le prossime iniziative molti propongono di consultare di più gli studenti per ottenere una maggiore partecipazione a livello organizzativo. Viene poi suggerito l’inserimento di un “numero chiuso” per alcuni corsi, per evitare che si affolli gente nell’auditorium e ottenere più partecipazione alle discussioni. Altri difetti che sono stati fatti notare sono la totale assenza di relatori esterni ed il pessimo,o meglio asssente, servizio d’ordine.

Sull’utilità di queste iniziative, infine, i pareri sono discordi. Molti ritengono che tali momenti di discussione siano utili per informare su tematiche insolite nelle normali lezioni e per dialogare e confrontarci tra noi studenti. Altri, tra cui molti professori, pensano che queste iniziative non siano di alcuna utilità e che,anzi, non siano altro che un modo per saltare le lezioni.

Luca Rickler, Aleksandra Melnicenko, Federica Maggi

CARDELLINI

Posted: 27 maggio 2011 in L'angolo dei pensieri

Trillan giocondi

volando nel cielo,

fischian ridendo

saltando sul molo.

Arruffan contenti

le piccole ali.

Splendenti i lor manti

mentre crean spirali

nel blu della sera.

Mai tristi. Mai soli.

Chiamatemi Angela

Posted: 27 maggio 2011 in Iskra....

Ho accolto l’invito a scrivere su “Iskra” con qualche timore, sperando di non fare la solita predica, che – come ben sanno i miei studenti – purtroppo è per me una tendenza naturale.

significa principalmente garantire uno spazio d’aria, un luogo fisico di libero e civile confronto, nel quale può prendere vigore un percorso di crescita sia personale, sia collettiva. Il contrario dell’immobilismo, della staticità, dello slogan urlato e tuttavia vuoto, del conformismo mascherato insito nelle mode identificative legate a gruppi di solo apparente aggregazione (e consolazione).

“Iskra” è un passo importante verso la cittadinanza attiva e concreta, che si esplica con la partecipazione al confronto e non con lo scontro violento, verbale e/o fisico, che sta devastando la nostra società “civile”. Ma “Iskra” è anche un’opportunità di presa di coscienza di sé, di (ri)scoperta della propria individualità, di rafforzamento del proprio libero pensiero.

Gli autori degli articoli sono stati coraggiosi, perché – in qualche modo – sono “usciti allo scoperto”, hanno cioè agito, costruito, impegnato il loro tempo e il loro pensiero in una cosa concreta e costruttiva. Hanno avuto il coraggio di palesare il proprio individuale modo di scrivere e le logiche di pensiero che li guidano, mostrando senza paura un po’ di se stessi indipendentemente dall’argomento trattato.

La scrittura non è cosa facile: ti costringe a meditare sulla formulazione del tuo pensiero e quindi sul tuo pensiero stesso, anche quando ti sembra di raccontare altro. E’ cosa molto diversa dall’immediatezza dello scambio verbale, del social network, della chat. Il tempo della scrittura – uno dei pochi che resiste alla frenesia contemporanea – diventa fattore determinante per la messa in discussione, per la nascita del dubbio, per l’analisi strutturata. Dalla scrittura non può che venire arricchimento.

Anche i vecchi professori come me, così come voi ragazzi, tentano di crescere ogni giorno, con fatica e non sempre con successo. Noi abbiamo il privilegio di interagire con i vostri percorsi, percorsi che si possono talvolta esprimere anche in modo non facilmente codificabile, persino tormentato, ma che sono sempre rivolti alla coscienza di sé. Fare emergere personalità non manipolabili, capaci di orientarsi e di scegliere con libertà e consapevolezza, deve essere il principale obiettivo di chi opera nella scuola, cioè di noi tutti – studenti e professori – insieme.

Sicuramente Iskrà può essere un ottimo strumento in tale senso. Sta a voi curarlo, farlo crescere nei contenuti e nel format, e in un certo senso anche difenderlo, con impegno e coraggio, aprendolo sempre più agli altri studenti ( e alle studentesse!) .

Mariaorsola Olivetti, docente del liceo scientifico

“ Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate.”

(C. Magris)

VUOLE UN SACCHETTO?

Posted: 27 maggio 2011 in Ambiente, Attualità

Se a questa domanda rispondiamo sì ci viene dato un sacchetto di plastica che, secondo i dati statistici, useremo in media 15 minuti ma poi resterà in circolazione per tantissimo tempo. Dal 1 gennaio 2011 , però, per una legge europea, i sacchetti di plastica sono fuori legge, anche se per l’Italia la legge all’inizio sarà valida solo in parte poiché i sacchetti in magazzino potranno essere smaltiti (però non facendoli pagare). Naturalmente le critiche sono tante, soprattutto da parte dei negozianti e dei produttori, ma i movimenti ambientalisti plaudono poiché ,dopo “appena” 50 anni ,in Europa si smetterà di consumare tonnellate di plastica che provocano tonnellate di rifiuti non riciclabili che continueranno a girare per il mare e a giacere nei boschi per almeno altri 1000 anni ,ad intasare le ormai stracolme discariche per almeno 100 anni e per la cui produzione si impiegano tonnellate di preziosissimo petrolio. Questa nuova legge avrebbe dovuto entrare in vigore già nel gennaio 2010 secondo l’UE ma, come da nostro costume, siamo riusciti a trova mille scuse per ritardarne l’applicazione benché proprio l’Italia sia il maggior consumatore europeo di shoppers, 15 miliardi all’anno!

Quali saranno i benefici di questa legge? Prima di tutto meno inquinamento ambientale diffuso (sembra impossibile il vento disperde i sacchetti causando moltissimi danni), meno problemi nel riciclo della spazzatura, notevole risparmio di petrolio, meno dispendio di energia e una considerevole diminuzione dell’emissione di anidride carbonica conseguenti alla loro produzione (circa 200 mila tonnellate di CO2 all’anno)

Leggi di questo tono non sono esclusiva dei paesi sviluppati anzi paesi che normalmente consideriamo “arretrati” o in via di sviluppo hanno già approvato da anni leggi sull’argomento. Ad esempio in Bangladesh (dove alla fine degli anni ’80 una terribile inondazione provocata dall’accumulo di sacchetti devastò il paese), in Tanzania, Ruanda, Eritrea e Somalia (e si deve ricordare che negli ultimi due è in corso una guerra civile!)

Come faremo?? Beh, semplice, faremo come hanno fatto i nostri nonni e bisnonni, useremo i sacchetti di carta e di tela.

Fatevi tutti promotori presso parenti, amici e così via perchè questa legge venga fatta propria da tutti

SKATE

Posted: 27 maggio 2011 in Sport, Svago

Secondo me, è qualcosa che va oltre lo semplice sport, anzi il termine sport sarebbe riduttivo, se proprio bisogna dare una definizione sarebbe: “Lo Skate” è il modo di interpretare lo spazio intorno a noi…

Lo skateboard è nato alla metà degli anni 70 in California quando i surfisti inventarono le tavole per allenarsi in strada quando il mare glielo impediva.Inizialmente le tavole erano piatte e molto più piccole rispetto ad oggi, gli skater erano ben pochi ma poi con il passare degli anni si diffonde a macchia d’olio negli Stati Uniti dove nascono le prime bande e i componenti erano reputati come dei delinquenti, si skateava principalmente in piscine vuote abusivamente, ma in fondo lo erano perchè cercavano nuovi posti per nuovi trick anche facendo delle effrazioni come skateare nelle piscine private delle persone. I primi skater importanti sono: Jay Adams, Stacy Peralta e Tony Alva insiema hanno fondato la prima banda di skater gli Z-boys sponsorizzata da un negozio della loro città,hanno partecipato alle competizioni piu importanti portando sempre a casa il podio fino a quando non si sono divisi per andare ognuno per la sua strada ed essere rivali.“Gli Z-Boys stavano sempre tra di loro. Erano un gruppo talmente unito che attingevano alle qualità di ognuno per creare uno stile che alla fine si rivelò unico.” Il team era composto dai migliori surfisti di tutta Pacific Ocean Park ovvero gli Z-boys che dovevano trovare qualcosa da fare al pomeriggio dato che, per surfare, le migliori onde erano alla mattina, decisero di iniziare ad andare con lo skate; fu una vera e propria rivoluzione,non avevano un soldo ma sono riusciti a scrivere la storia dello skate utilizzando una tavola di legno e delle rotelle da pattini ed iniziarano a costrurire i propri skate. Il loro stile si isprirava al surf, si diceva che surfassero sull’asfalto, con un metodo mai usato da nessuno e totalmente innovativo per l’epoca.Iniziarono così i contest, a quel tempo esistevano solo categorie come slalom e freestyle e, come potete immaginare, il team ottenne risultati impressionanti in tutti quelli che partecipava. Il denaro però, iniziò a fare gola ai ragazzi, perciò si divisero le strade ma continuarono a partecipare ai contest come rivali: Peralta, forse il più tecnico e commerciale per la Gordon and Smith, Tony Alva, l’inventore dei trick aerei fonda a 19 la Alva Skates e viene eletto come miglior skater dell’anno nel ’77 e Jay Adamas, l’unico rimasto fedele a Jeff Ho Zephyr Shop fino alla fine; è considerato da molti il primo vero skater perchè non pensava a niente, non pensava ai soldi, pensava solo a fare i suoi trick e riusciva dannatamente bene.Ora forse il più conosciuto è Peralta che, abbandonò le competizioni per fondare la Powell Peralta’s Bones Brigade un team che lanciò Tony Hawk e Rodney Mullen con uno stile tutto suo e che è riuscito ad usare trick di freestyle (come il primo o il casper) inventando il kickflip e molti altri trick altrettanto famosi. Dagli anni novanta in poi lo skate si evolse ulteriormente, la tavola ha rialzi davanti e dietro (noise e tail) e vengono inventati nuovi trick e combinazioni varie, si skateano gradinate, muretti, half pipe, bowl e tutto ciò che è skateabile. Lo skate è uno sport che ti prende e dopo averlo praticato per un anno inizia a diventare parte di te non puoi smettere di skateare e non puoi non guardarti in giro senza dire…” -cavolo! guarda che razza di scalinata, domani vengo qui e mi faccio un bel flip! oppure “- gaurda che muretto da paura, domani mi faccio qualche bel grind!” questo è lo skate non è la solita moda che si sente parlare in giro: “lo skate è uno stile di vita che ti condiziona nel modo di faree e di essere!” E uno sport abbastanza duro e pesante, ma se si ha voglia si diventa bravi! Ogni trick ha i suoi movimenti dei piedi,delle gambe e del corpo, i quattro trick fondamentali che noi chiamiamo anche i quattro comandamenti sono: kikflip, heflip, pop shovit e fs shovit sono i quattro principali, però ovviamente alla base di TUTTO c’è l’ollie. Nonostante gli anni che sono passati, in Italia è poco diffuso. Nel codice della strada italiano, lo skateboard non è del tutto legale e libero, è assimilato ad un acceleratore e l’articolo 190 cita: « La circolazione mediante tavole, pattini o altri acceleratori di andatura è vietata sulla carreggiata delle strade », « È vietato effettuare sulle carreggiate giochi, allenamenti e manifestazioni sportive non autorizzate. Sugli spazi riservati ai pedoni è vietato usare tavole, pattini od altri acceleratori di andatura che possano creare situazioni di pericolo per gli altri utenti ». Fra gli skaters la frase più famosa che rivendica la legittimità dell’utilizzo dello skateboard in strada è: “Skateboarding is not a crime!” Penso che l’utilizzo della strada è l’unica opzione rispettabile per praticare lo street-skating è in aggiunta a questo, in molte località le strutture dedicate sono pochissime. Concludo il mio articolo con una frase di Jay Adams: “Lo skate è nato sulle strade..è ora ci vietano di skatearle?”

(p.s per maggiori informazioni o per commentare l’articolo scrivete alla pagina: Life on a board su facebook)

Crina Plesca